Un musulmano immigrato e socialista
È ciò che serve agli Stati Uniti per non pensare che Donald Trump li rappresenti davvero
Buongiorno!
sono Benedetta e questa è Quarantasette, la newsletter di Generazione sugli Stati Uniti.
Quando pensiamo ai sindaci, ci vengono in mente una serie di persone di mezza età con la fascia tricolore al petto. Nel peggiore dei casi, ci viene in mente la nuova sindaca di Merano, che con quel tricolore si sarebbe piuttosto pulita la faccia dopo un bel piatto di canederli.
Negli Stati Uniti è diverso, anche il candidato sindaco di New York - una città grande, ma comunque poco più della metà di Roma - può diventare una speranza viva contro le barbarie del presidente, che a questo punto sembra un fantoccio di se stesso.

Iniziamo.
Inshallah, il nuovo sindaco di New York
Se dovessimo costruire a tavolino l’antitesi perfetta di Donald Trump, probabilmente verrebbe fuori Zohran Kwame Mamdani, il candidato sindaco di New York per il Partito Democratico e per i Socialisti democratici d’America.
È nato il 18 ottobre 1991 a Kampala, in Uganda, da genitori indiani e ugandesi: il padre è di origine musulmana Gujarati e la madre è indo-americana, con origini Punjabi. A cinque anni si è trasferito con la sua famiglia a Cape Town, in Sud Africa e due anni dopo a New York, nel bronx. Ha frequentato il College di Bowdoin, nel Maine, dove ha co-fondato il collettivo universitario Students for Justice in Palestine. Nel 2014 si è laureato in Studi Africani.
Prima di avvicinarsi alla politica, ha lavorato come consulente abitativo, aiutando i cittadini del Queens a basso reddito, soprattutto afroamericani, a prevenire pignoramenti e gestire le spese per le proprie abitazioni.
Si è avvicinato alla politica nel 2015, con la campagna elettorale di Ali Najmi, candidato per le elezioni straordinarie del consiglio della città. Oggi, Najmi è l’avvocato che ha seguito la campagna elettorale di Mamdani, nonché tutti i passaggi burocratici per assicurarsi l’effettività della sua candidatura. Lo hanno annunciato in questo video postato ad aprile, parte della geniale azione digitale a sostegno della sua candidatura.
Dal 2017 è entrato a far parte dei Democratic Socialists of America, collaborando alla candidatura di Khader El-Yateem, un ministro luterano e palestinese, candidato per un seggio al Consiglio di New York. L’anno successivo si è spostato sulla campagna di Ross Barkan e poi di Tiffany Cabán, finché non è toccato a lui. A ottobre 2019 ha annunciato di candidarsi per rappresentare il distretto 36 di New York all’Assemblea dello Stato. Ottenuto l’endorsement del Partito, ha convogliato la sua campagna sull’emergenza abitativa, sulla necessità di riformare la polizia e sulle carceri, ma anche sulla proprietà pubblica e sui servizi essenziali. La sua linea radicale ha funzionato: ha vinto nel 2020, poi nel 2022 e nel 2024.
In questo ruolo, che potrebbe sembrarci marginale, ha portato a casa diversi successi che hanno iniziato a renderlo un rappresentante credibile per le comunità a cui appartiene, soprattutto quella musulmana, che lo ha eletto e rieletto più volte: nel distretto 36 rientra anche Astoria, quartiere di New York con una presenza significativa di elettori musulmani e arabi.
Il 23 ottobre dello scorso anno, Mamdani ha annunciato di volersi candidare a sindaco di New York, ottenendo l’endorsement della deputata Alexandria Ocasio-Cortez, che lo ha definito: “capace di saper costruire sul territorio una coalizione di newyorkesi della classe lavoratrice, la più forte per guidare questa corsa”.
Il programma di Mamdani si basa su alcuni temi chiave: la crisi abitativa, la sicurezza, l’accessibilità economica, il sistema educativo per i bambini e i ragazzi, la protezione della comunità lgbtqia+, il clima, la sanità pubblica, il lavoro, le piccole imprese, le biblioteche e - infine - la tassazione dei ricchi.
Tra le cose più innovative o sorprendenti che propone - per noi che al massimo ci possiamo godere i reel di Gualtieri o le palme in centro di Beppe Sala - c’è il congelamento degli affitti. Si tratta di una misura destinata a inquilini in difficoltà abitativa, che possono essere protetti dagli sfratti tramite un affitto regolato, limitando gli aumenti annuali e garantendo il rinnovo automatico del contratto. Permettendo a tutti di poter accedere ad un appartamento, dice, potrà concentrarsi sulla ripianificazione urbana di New York, con un occhio all’accessibilità economica, alle profilazioni razziali (presenti nel mercato immobiliare) e all’uguaglianza. Come se non bastasse, dice di voler pianificare delle ispezioni per i proprietari immobiliari, controllando periodicamente lo stato delle abitazioni che mettono sul mercato, per evitare che i cittadini si ritrovino con i topi in casa o senza riscaldamento.
Qui è dove iniziamo a chiudere i reel di Gualtieri e ci rendiamo conto che non sono poi così divertenti. Un newyorkese su cinque, dice, fa difficoltà a permettersi i biglietti per i mezzi pubblici, rendendo gli autobus della città i più lenti di tutti gli Stati Uniti. Se vincerà, ha detto di voler rendere gratuito il trasporto pubblico, creando delle corsie prioritarie per garantirne la velocità, migliorandone l’accessibilità. Zohran, ti consigliamo di non prendere mai il 3 direzione Valle Giulia, che al peggio non c’è mai fine.
Lo dicevamo, questi non sono tempi facili per le persone che fanno parte della comunità LGBTQIA+, e Mamdani ha pensato anche a loro. Ha detto che: “New York deve essere un rifugio per la comunità LGBTQIA+, ma anche le istituzioni private della nostra città hanno iniziato a cedere all’attacco di Trump contro i diritti delle persone trans. Nel frattempo, la crisi del costo della vita che colpisce duramente la classe lavoratrice ha un impatto ancora più grave sulla comunità LGBTQIA+, che registra tassi più alti di disoccupazione e senzatetto rispetto al resto della popolazione. L’amministrazione Mamdani proteggerà le persone LGBTQIA+ di New York, ampliando e difendendo l’accesso alle cure di affermazione di genere in tutta la città, creando un Ufficio per gli Affari LGBTQIA+”.
Entro il 2030, porterà il salario minimo ad una base obbligatoria di $30 l’ora, con la possibilità di aumentare in base alle performance e alla produttività dei lavoratori. Significa, dice, dare alla classe lavoratrice della città più ricca al mondo la dignità e la vita che meritano. Questo stesso obiettivo passa anche per la regolamentazione delle app di delivery, per proteggere i rider che: “Sono fondamentali per far funzionare questa città: consegnano generi alimentari, pasti e medicinali 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Muovendosi a velocità frenetiche per le strade della città, i lavoratori delle consegne tramite app svolgono oggi il lavoro più pericoloso di NYC. Nonostante i rischi enormi che affrontano ogni giorno, i deliveristas - 80.000 lavoratori neri, latini e immigrati - vengono sfruttati dalle aziende di delivery, che impongono ritmi di lavoro pericolosi”.
Senza il timore che investe chiunque ricopra una carica pubblica, Mamdani si è chiaramente espresso anche sul genocidio del popolo palestinese. Lo ha fatto sostenendo le azioni del movimento BDS, Boycott, Divestment and Sanction, dicendo che quello di Israele su Gaza è un genocidio. Nel 2023 ha introdotto una legge chiamata “Not on our dime!”, impedendo a enti di beneficienza di donare i propri soldi a organizzazioni che sostengono la colonizzazione illegale di Israele. A novembre 2023 ha portato a termine cinque giorni di sciopero della fame, opponendosi al sostegno dell’ex presidente Biden verso i bombardamenti israeliani nella Striscia. Quest’anno, invece, si è rifiutato di siglare l’annuale risoluzione dell’Assemblea di New York per finanziare Israele.
Cosa funziona, quindi, di un programma elettorale così radicale, così popolare e così lontano da quello del Presidente neo-eletto? Esattamente questo, la distanza dalla proprio controparte federale.
Sebbene nello Stato di New York non abbia vinto Donald Trump, è evidente che lo spartiacque matematico tra i due candidati nel resto del paese sia stato netto, raggiungendo una preferenza chiara che ha travolto anche gli Stati e le città più progressiste. Una vittoria così polarizzata, come quella di Trump, è per forza sintomo di idee, certezze e desideri che serpeggiano in tutte le comunità, in tutti i gruppi sociali e in tutti i posti dove si ritrovano più persone. È così in tutto il mondo, non solo negli Stati Uniti. E nell’attesa che questa bomba esploda, mentre sentiamo il ticchettio e ci puliamo la fronte ogni volta che riusciamo a posticipare il boato, ci sono delle circostanze che salvano la speranza e ci suggeriscono che i pensieri collettivi non siano vani.
È fondamentale per la presidenza Trump e per quelli come lui, che le persone si sentano più nemiche che amiche. Che non stabiliscano relazioni basate sulle somiglianze, ma che sfruttino le differenze per radicalizzarsi. È questa paura latente che giustifica la violenza delle deportazioni a carico dell’ICE, che entra in chiesa durante la messa e fa sparire dieci persone in cinque minuti.
Ed è qui che si è inserita la campagna elettorale di Zohran Mamdani, sempre circondato da persone diverse, da lingue diverse e da religioni diverse. Lui, per esempio, è un imam bengalese che fa un comizio nel Queens, in lingua spagnola, per sollecitare al voto di Mamdani. Se non è un miracolo questo.
PS. Mentre concludo la scrittura di questo numero, a New York si sta votando. Vi sveglierete con la notizia del nuovo vincitore delle primarie, andate a cercare!
Cose che ho letto-visto-ascoltato questa settimana:
Il profilo Instagram di Zohran Mamdani
Il suo canale YouTube, dove ha raccontato la campagna elettorale





